Provate a tornare con la mente al vostro secondo compleanno. Quasi nessuno ci riesce davvero. Quello che crediamo di ricordare, nella maggior parte dei casi, è una costruzione fatta di racconti ascoltati mille volte e immagini viste negli album di famiglia. Questa incapacità di ricordare i primi anni di vita, nota come amnesia infantile, è una condizione comune a quasi tutti gli esseri umani. E oggi la scienza comincia a spiegare perché accade.

Per molto tempo si è pensato che dimenticare i primi anni fosse una sorta di limite tecnico del cervello immaturo, un problema temporaneo destinato a risolversi con la crescita. Le nuove ricerche raccontano una storia diversa e, in un certo senso, più affascinante: il cervello non perde quei ricordi per incapacità, li mette da parte di proposito.

Nei primissimi anni di vita impariamo moltissimo. Linguaggio, relazioni, regole sociali, emozioni. È una fase di apprendimento intenso e continuo. Proprio per questo, spiegano i neuroscienziati, il cervello ha bisogno di fare spazio, riorganizzare, semplificare. E per farlo entra in gioco un meccanismo poco conosciuto, ma fondamentale.

Nel nostro cervello vivono cellule speciali chiamate microglia. Fanno parte del sistema immunitario e hanno il compito di mantenere l’equilibrio dell’ambiente cerebrale. Durante l’infanzia, quando il cervello è in piena costruzione, queste lavorano senza sosta per affinare le connessioni tra i neuroni, eliminando quelle meno utili e rafforzando le altre.

Un gruppo di ricercatori del Trinity College Dublin ha osservato che proprio questa attività di riordino sembra essere legata alla scomparsa dei ricordi più antichi. In condizioni sperimentali, quando l’azione delle microglia viene temporaneamente attenuata, le tracce della memoria restano più accessibili. Non perché diventino più forti, ma perché non vengono archiviate così in profondità.

Bambini ad una festa di compleanno
Bambini ad una festa di compleanno – Fonte: Pexels

Il punto chiave è questo: i ricordi dell’infanzia non vengono cancellati come file inutili, ma silenziati, messi in secondo piano per permettere al cervello di adattarsi a un mondo che cambia rapidamente.

Grazie a tecniche di osservazione sempre più raffinate, poi,i ricercatori hanno potuto individuare le cosiddette tracce di memoria, gruppi di neuroni che conservano un’esperienza vissuta. Anche quando un ricordo non è più richiamabile in modo consapevole, quelle tracce continuano a esistere. Le aree coinvolte sono le stesse che usiamo ogni giorno per ricordare luoghi, emozioni e situazioni: l’ippocampo e l’amigdala.

La differenza è che, con il passare del tempo, l’accesso a quelle tracce viene regolato, come se il cervello decidesse di non renderle più centrali per la nostra vita adulta. Secondo Erika Stewart, oggi ricercatrice alla Columbia University, le microglia si comportano come vere e proprie manager della memoria, aiutando il cervello a decidere quali ricordi tenere attivi e quali lasciare sullo sfondo.

Un aspetto interessante di questa ricerca riguarda il legame tra sistema immunitario e sviluppo del cervello. In alcune condizioni, questo equilibrio può modificarsi, influenzando anche il modo in cui la memoria viene organizzata nei primi anni di vita. Gli scienziati sottolineano che per uno sviluppo armonico serve una sorta di via di mezzo: un’attività delle microglia né eccessiva né troppo ridotta.

È un equilibrio delicato, che potrebbe aiutare a comprendere meglio anche le differenze individuali nel modo di ricordare, imparare e percepire il mondo.

In sostanza, l’amnesia infantile è, probabilmente, la forma di dimenticanza più diffusa che esista. E proprio perché accomuna tutti, raramente ci fermiamo a chiederci che senso abbia. Oggi sappiamo che dimenticare è parte integrante dell’apprendimento, un modo per rendere il cervello più flessibile, pronto ad affrontare nuove esperienze senza essere sovraccaricato dal passato.

Come spiega Tomás Ryan, autore senior dello studio pubblicato su PLOS Biology, la memoria non è un archivio statico, ma un sistema dinamico, che cambia con noi lungo tutta la vita. E forse è proprio questo il pensiero più rassicurante: se non ricordiamo i nostri primi passi o le prime parole, non è perché qualcosa è andato storto.

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