In molte famiglie italiane, il menu del Venerdì santo segue ancora oggi un copione ben preciso: niente carne, ma pesce in tavola. Filetti bianchi di merluzzo passati nella farina e nell’uovo, accompagnati da insalata di patate, rappresentano un classico che attraversa le generazioni. Ma qual è l’origine di questa tradizione che continua a influenzare le scelte alimentari di milioni di persone?
La risposta affonda le radici nel calendario liturgico cristiano. Il Venerdì santo commemora la crocifissione e la morte di Gesù sulla croce, ed è considerato una giornata di rigoroso digiuno e astinenza, al pari del Mercoledì delle Ceneri. Durante questi giorni, i cristiani praticanti possono consumare al massimo un solo pasto sostanzioso, rinunciando completamente alla carne.
Il divieto di consumare carne deriva dalle tradizioni del digiuno biblico, secondo le quali erano vietati gli animali a sangue caldo. Come spiega Karl Schmuki della Biblioteca dell’Abbazia di San Gallo, la Chiesa ha stabilito con precisione quali pietanze fossero ammesse durante il digiuno. La proibizione era così rigorosa che nel Medioevo persino il brodo di carne era considerato riprovevole.
Le restrizioni medievali andavano ben oltre la semplice carne: erano proibiti anche latticini e uova, in quanto prodotti derivati da animali a sangue caldo. Il pesce, invece, godeva di uno status particolare. Essendo considerato un animale a sangue freddo, poteva essere consumato liberamente durante i giorni di astinenza, diventando così la principale fonte proteica alternativa.

La regola cattolica del digiuno si estende in realtà a tutti i venerdì dell’anno, non solo al Venerdì santo. Secondo Hansruedi Huber, referente per la stampa della diocesi di Basilea, ogni venerdì rappresenta un piccolo memoriale del Venerdì Santo, esattamente come ogni domenica commemora la Pasqua. Proprio per questo motivo la domenica è stata proclamata giornata di riposo.
Oggi, però, è difficile stabilire con precisione quante persone rispettino ancora il divieto di mangiare carne il venerdì. Secondo le stime di Huber, si tratta certamente di una pratica meno diffusa rispetto a decenni fa. Tuttavia, la tradizione continua a manifestarsi in modi interessanti: molte trattorie di campagna propongono menu del giorno a base di pesce anziché di carne proprio il venerdì, e numerosi ambulanti si spostano nelle varie località di giovedì e venerdì per vendere pesci persici e trote.
Nel Comune di Gossau, nel Canton San Gallo, questa consuetudine è rimasta viva nel tempo, come testimonia Karl Schmuki. La persistenza di queste abitudini commerciali dimostra che, anche in un’epoca sempre più secolarizzata, l’eco delle antiche prescrizioni religiose continua a plasmare comportamenti e scelte quotidiane.
Oltre alle motivazioni religiose, oggi il consumo di pesce il venerdì trova giustificazioni anche in aspetti legati alla salute. I pesci di mare grassi forniscono importanti acidi grassi omega-3, e i nutrizionisti raccomandano di consumare pesce una o due volte a settimana. In Svizzera, questa indicazione sembra essere ben accolta: il consumo di pesce è aumentato di circa il 60 percento negli ultimi 25 anni, raggiungendo una media di 9,2 chilogrammi pro capite all’anno tra pesce e frutti di mare.
Molti consumatori si interrogano però sulla sostenibilità ambientale di questa scelta alimentare. Per chi desidera acquistare pesce con maggiore consapevolezza ecologica, esistono criteri da considerare che permettono di conciliare tradizione, salute e rispetto per l’ambiente marino, trasformando un’antica prescrizione religiosa in una scelta alimentare moderna e responsabile.



