Quante volte ci siamo sentiti dire di “dormirci sopra” prima di prendere una decisione importante? Per anni è sembrato solo un modo di dire. Oggi, invece, la scienza comincia a dargli ragione. Una ricerca della Northwestern University, infatti, suggerisce che il sonno, in particolare la fase REM, può migliorare in modo concreto la nostra capacità di risolvere problemi. E non di poco: in alcuni casi, le performance sono più che raddoppiate.
Lo studio, coordinato da Ken Paller e pubblicato su Neuroscience of Consciousness, ha coinvolto 20 persone esperte di sogno lucido, cioè capaci di rendersi conto di stare sognando mentre il sogno è in corso. Ai partecipanti sono stati proposti rompicapo complessi, ciascuno accompagnato da una colonna sonora specifica e tre minuti per risolverli. Come prevedibile, molti enigmi sono rimasti senza soluzione.
La parte davvero interessante, però, è arrivata dopo, durante il sonno. I ricercatori hanno monitorato l’attività cerebrale con la polisonnografia e, quando i partecipanti entravano in fase REM, riproducevano le colonne sonore associate a metà dei problemi irrisolti. Questa tecnica si chiama riattivazione mirata della memoria (TMR): in pratica, si ricorda al cervello addormentato su cosa concentrarsi.

Alcuni partecipanti, attraverso segnali concordati prima di dormire, hanno indicato di aver percepito i suoni nel sogno e di star lavorando mentalmente sugli enigmi. Al risveglio, 12 su 20 hanno raccontato sogni contenenti frammenti, immagini o intuizioni legate proprio ai problemi stimolati dai suoni, molto più spesso rispetto a quelli non richiamati.
E qui arriva il dato che fa riflettere: per gli enigmi riattivati durante la fase REM, la percentuale di soluzioni corrette è passata dal 17% al 42%. Più del doppio.
Perché succede questo fenomeno? La fase REM è un momento particolare: il cervello è attivo, ma lavora in modo diverso rispetto alla veglia. Le connessioni tra le informazioni diventano più libere, meno rigide. Si allentano i vincoli del pensiero logico-lineare e si aprono strade nuove, più associative. In sostanze si tratta di un terreno fertile per le intuizioni.
Non è, però, un’idea del tutto nuova. La storia della scienza è piena di racconti di intuizioni nate durante il sonno. Non sappiamo sempre quanto ci sia di leggenda, ma il legame tra riposo e creatività è antico.
Anche in Italia il tema è seguito con attenzione. Gianluca Rossato, responsabile del Centro di medicina del sonno dell’Ospedale IRCCS Sacro Cuore Don Calabria, osserva che lo studio si inserisce in un filone di ricerche che cercano di intervenire sul sonno per influenzare i processi cognitivi. In questo caso, combinando sogni e stimoli sonori.
Va detto, però, che i limiti non mancano. Il campione della ricerca, ad esempio, è piccolo: solo 20 persone, tutte già capaci di fare sogni lucidi, una condizione non così comune. Inoltre, il miglioramento si è visto soprattutto in chi ha effettivamente sognato il problema stimolato. Non è quindi una formula magica che funziona sempre e per tutti.
Altri fattori, poi, possono aver pesato: interesse personale verso l’enigma, predisposizione individuale, motivazione. Lo studio, dunque, non dimostra che basta sognare un problema per risolverlo ma apre una porta interessante.
In un mondo che ci chiede continuamente idee nuove e soluzioni creative, il sonno potrebbe non essere solo una pausa ma una fase attiva, uno spazio in cui il cervello continua a lavorare, in silenzio, ma con una libertà che di giorno non si concede.



