La storia racconta di una carestia devastante quando la fame aveva piegato intere comunità e ogni speranza sembrava perduta. Fu allora che San Giuseppe intervenne portando le fave, le uniche piante sopravvissute nei campi aridi. Da quel momento, in Sicilia, questo umile legume è diventato un portafortuna da conservare in tasca o in un cassetto di casa, gesto scaramantico per allontanare lo spettro della cattiva sorte.

Il racconto popolare porta con sé la memoria della miseria e degli estenuanti periodi di siccità, quando la fava miracolosa si trasformò in una risorsa preziosa per la cucina contadina, simbolo di sopravvivenza e ricchezza. Non conosciamo i termini cronologici esatti di questa leggenda, ma il suo significato attraversa i secoli come dono provvidenziale.

Seminate in autunno tra ottobre e novembre, le fave attraversano la stagione invernale senza il pericolo degli afidi, per maturare in primavera. Nel Centro e nel Sud Italia i raccolti iniziano già tra aprile e maggio. A Roma la tradizione del Primo maggio vuole che si porti a tavola un piatto antico: fave fresche e pecorino, da mangiare crude, una piccola leccornia contadina che ha tutto il sapore delle primizie e della nuova stagione.

Gli abbinamenti con le fave fresche riportano il piacere di una cucina essenziale, come ricordano le ricette di magro del tempo di Quaresima, capaci di combinare ingegno, semplicità e la qualità di ingredienti originari, nati al sole, da raccogliere in natura e coltivare negli orti. Un tempo era questione di sopravvivenza, oggi sono un patrimonio di ricchezza.

Fra le ricette di primavera con le verdure troviamo il macco, tipico della tradizione siciliana e pugliese. Associato al giorno dedicato a San Giuseppe, si tratta di una crema densa preparata con le fave, fresche o secche, cotte lentamente fino a disfarsi. Il macco di fave con la cicoria ripassata racconta la cucina povera di un tempo: pochi ingredienti e sapori netti, in cui si intreccia il gusto dei legumi coltivati nella terra generosa, l’olio nuovo spremuto a freddo e le erbe spontanee come il finocchietto selvatico.

Poiché il giorno dedicato al santo cade vicino all’inizio di primavera, spesso per il macco di San Giuseppe vengono usate le fave verdi fresche, da sbucciare due volte: prima togliendo il baccello e poi la sottile pelle trasparente, per poi unirle alla pasta fresca e alle erbe come borragine e bietole, o ricotta.

 

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