Ogni anno tonnellate di cibo perfettamente commestibile finiscono nella spazzatura a causa di un errore che riguarda milioni di italiani: la confusione tra le diciture riportate sulle confezioni alimentari. Secondo un’indagine promossa da Altroconsumo su un campione rappresentativo di 1.146 cittadini, il 97% degli italiani sostiene di conoscere la differenza tra “da consumare entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”. Tuttavia, quando viene chiesto di distinguerle concretamente, uno su quattro commette errori significativi, ritenendo che abbiano lo stesso significato ma si applichino semplicemente a diversi tipi di alimenti.

Questa scarsa comprensione delle informazioni riportate sulle etichette alimentari ha conseguenze dirette sullo spreco domestico. Un’indagine del giugno 2023 promossa da Smartway e OpinionWay rivela che il 37% degli italiani confessa di aver spesso buttato via cibo prima che abbia raggiunto la data indicata sulla confezione. A livello globale, circa un terzo del cibo viene perso o sprecato, per un totale di 57 milioni di tonnellate all’anno, mentre 36,2 milioni di persone non riescono a permettersi un pasto nutriente.

La distinzione tra queste due indicazioni temporali non è solo una questione burocratica, ma ha implicazioni pratiche fondamentali per la sicurezza alimentare e la gestione domestica. Come stabilito nel Regolamento Europeo n. 1169/2011, la durata di conservazione di un prodotto deve essere indicata sulla confezione con modalità precise, che corrispondono a significati molto diversi tra loro.

Un frigo con alcuni alimenti (fonte: Comeconservare.it)
Un frigo con alcuni alimenti (fonte: Comeconservare.it)

La data di scadenza vera e propria indica il giorno preciso entro il quale un alimento deve essere obbligatoriamente consumato. Viene riportata con la dicitura “da consumare entro” seguita dal giorno, dal mese ed eventualmente dall’anno. Superata quella data, il prodotto è da considerarsi scaduto e non può più essere venduto né mangiato, perché potrebbe esporre a rischi per la salute. Questa indicazione si applica ai prodotti rapidamente deperibili come latte e latticini, formaggi freschi, mozzarella, pasta fresca, carne e pesce fresco, salumi affettati.

Il termine minimo di conservazione, indicato con la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro”, ha un significato completamente diverso. Rappresenta la data fino alla quale un alimento conserva intatte tutte le sue proprietà specifiche, nutrizionali e organolettiche come sapore, odore e consistenza, se conservato correttamente. Il punto cruciale è questo: un prodotto che ha raggiunto o superato il termine minimo di conservazione non è scaduto e non è pericoloso per la salute. Può essere ancora consumato o donato perché commestibile.

Sul packaging, il termine minimo di conservazione viene indicato in modo diverso a seconda della durabilità prevista: con giorno e mese per una conservabilità inferiore a tre mesi, con mese e anno tra i tre e i diciotto mesi di conservabilità, e solo con l’anno per periodi superiori ai diciotto mesi. Questa gradazione riflette le diverse caratteristiche di stabilità degli alimenti.

La durata effettiva di un alimento oltre il termine minimo di conservazione dipende dal tipo di prodotto e dalle modalità di conservazione. In generale, più lungo è il termine previsto, maggiore sarà il margine che può essere superato, perché quel tipo di cibo sarà in grado di conservarsi meglio nel tempo. Una scatoletta di tonno, che dura anni, anche superato il termine mantiene solitamente tutte le sue caratteristiche. I prodotti da dispensa possono essere consumati indicativamente oltre due mesi dal termine: al limite potranno aver perso qualcosa delle loro caratteristiche iniziali, come la friabilità nel caso dei cracker.

Per i cibi da tenere in frigorifero, come le uova o il prosciutto in busta, i tempi si accorciano. Con una temperatura impostata correttamente a quattro gradi e la confezione integra, si può superare il termine al massimo di qualche giorno o settimana. Le uova in guscio, per esempio, possono essere consumate fino a sette giorni oltre il termine nelle preparazioni cotte, mentre per quelle a crudo come tiramisù o maionese è d’obbligo utilizzare sempre uova freschissime. Un metodo semplice per verificarne la freschezza consiste nell’immergerle in un bicchiere d’acqua: quelle andate a male salgono in superficie.

I prodotti confezionati da dispensa offrono margini decisamente più ampi. Il pane da toast può durare fino a sette giorni oltre il termine, mentre dolci e biscotti confezionati, snack secchi, farine e cereali, pasta secca, riso e cous cous possono essere consumati tranquillamente fino a uno o due mesi dopo la data indicata, a patto che non siano infestati da parassiti. In questo caso, pasta e riso presenterebbero impurità, grumi e buchi. Visto che i parassiti possono penetrare nelle confezioni di cartone e di plastica, è preferibile utilizzare barattoli a chiusura ermetica.

Una dispensa piena di alimenti (fonte: Comeconservare.it)
Una dispensa piena di alimenti (fonte: Comeconservare.it)

Le confetture e conserve, i pomodori pelati e la salsa di pomodoro possono durare da tre a quattro mesi oltre il termine, così come le verdure sottaceto. Il tonno sott’olio può addirittura essere consumato fino a un anno dopo la data indicata. Per quanto riguarda le bevande, il latte UHT e i succhi di frutta mantengono le loro proprietà per circa sei mesi oltre il termine, così come le spezie, le erbe aromatiche e le salse come maionese, ketchup e senape.

Alcuni prodotti hanno una durata ancora più lunga: il caffè macinato, il tè e gli infusi possono essere utilizzati fino a un anno oltre il termine minimo di conservazione, mentre olio e acqua in bottiglia raggiungono lo stesso periodo. Esistono poi alimenti che non hanno termine minimo di conservazione, come vino, bevande analcoliche, sale, zucchero e caramelle, proprio per la loro stabilità intrinseca.

Eugene Rokx, coordinatore dei progetti di ricerca e sviluppo presso Storex nell’ambito del progetto europeo MAX-FRESH, sottolinea l’importanza di utilizzare i nostri sensi per valutare la commestibilità degli alimenti. L’olfatto e il gusto, affinati nel corso di milioni di anni di evoluzione, sono in grado di rilevare con particolare efficacia sostanze chimiche nel cibo. Se un alimento ha superato la data in cui essere preferibilmente consumato ma ha ancora un buon odore, probabilmente è tuttora buono. Se invece il suo aspetto e odore sono cattivi, è probabile che sia arrivato il momento di disfarsene.

Il progetto FoodGuard, che coinvolge venti partner europei tra cui l’Unione Nazionale Consumatori, sta sviluppando soluzioni tecnologiche innovative basate sul microbioma, sulle attività microbiche, sul packaging intelligente e sull’ecolabeling per allungare e monitorare la durata di conservazione dei prodotti deperibili come carne, pesce, formaggio e verdure in busta. L’obiettivo è ridurre significativamente gli sprechi lungo tutta la filiera alimentare.

Nel frattempo, esistono accorgimenti pratici per mantenere gli alimenti freschi più a lungo nelle nostre case. Conservare i prodotti nella posizione più appropriata nel frigorifero può aiutare a mantenerne la freschezza, aspetto che non viene sempre spiegato con sufficiente chiarezza. Riempire completamente il frigorifero tutto in una volta significa che ci vorrà più tempo per raffreddarlo alla giusta temperatura, il che potrebbe influire negativamente su alcuni prodotti. Anche lasciare la porta aperta per un minuto può avere un impatto significativo sulla conservazione.

L’oculata pianificazione dei pasti rappresenta un’altra buona abitudine, in quanto consente di evitare che alla fine della settimana rimangano molti prodotti mangiati a metà, con il rischio che vadano a male. Prima di consumare un alimento che ha superato il termine minimo di conservazione, se ci sono dubbi, è sempre consigliabile osservarlo, annusarlo e assaggiarne una piccola porzione. I cinque sensi, come ricordano gli esperti, non mentono quasi mai.

L’impegno europeo per un sistema alimentare più equo e sostenibile, di cui il piano d’azione “Farm to Fork” rappresenta una tappa fondamentale, sta iniziando a dare i suoi frutti. Tuttavia, molto resta ancora da fare per rendere le etichette alimentari più visibili e comprensibili, evitando che informazioni poco chiare continuino a generare confusione e sprechi evitabili. La consapevolezza di queste semplici ma fondamentali distinzioni può tradursi in un risparmio economico concreto per le famiglie e in un contributo significativo alla riduzione dello spreco alimentare.

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