Prima del successo, prima delle tournée e dei riflettori, c’era una soffitta a Boccadasse, pochi metri dal mare e una vita essenziale. Qui il giovane Gino Paoli scriveva, dipingeva e cercava una voce personale. In quell’ambiente spartano, senza comfort e con l’orizzonte come unica scenografia, si muoveva una presenza discreta ma decisiva: una gatta siamese dal muso segnato da una macchia scura.
Si chiamava Ciacola, parola veneta che significa chiacchiera, un nome perfetto per un animale capace di riempire il silenzio con miagolii continui e affettuosi. E Proprio da quell’intimità nasce La gatta, la celebre canzone pubblicata nel 1960: non un racconto inventato, ma un frammento autobiografico trasformato in musica. Ogni dettaglio del brano, infatti, rimanda a quella stanza sospesa tra cielo e acqua, dove la creatività si mescolava alla quotidianità.
Ciacola, però, non era solo un animale domestico. Era una presenza costante, quasi un rituale creativo. Quando Paoli prendeva la chitarra o si metteva a scrivere, lei si accoccolava accanto a lui, trasformando il lavoro in un momento condiviso. Il cantautore raccontò di avere perfino una chiazza chiara sulla pelle, segno lasciato dall’abitudine della gatta di dormire sempre nello stesso punto.
Quella convivenza fatta di gesti minimi diventa la materia emotiva della canzone: la casa vicino al mare, la musica improvvisata, la gatta che si avvicina e poi torna nella sua soffitta. Non c’è retorica, ma la fotografia di una vita semplice, fragile e irripetibile. Il successo arriverà poco dopo, ma proprio quel cambiamento renderà il ricordo ancora più intenso.
Il legame tra i due non fu solo affettivo. In una sera qualunque, mentre Paoli dipingeva, la gatta iniziò a miagolare con insistenza. Sembrava agitata, si muoveva nervosamente e si accasciava a terra. Solo allora il cantautore percepì l’odore: una fuga di gas stava riempiendo la stanza dal basso. Aprì subito le finestre, evitando un’intossicazione potenzialmente fatale.
Quel comportamento istintivo trasformò Ciacola in una vera salvatrice silenziosa, rafforzando un rapporto già profondissimo. La canzone, ascoltata oggi dopo la scomparsa di Gino Paoli, assume così un valore diverso: non solo nostalgia, ma anche gratitudine verso una compagna che gli aveva letteralmente salvato la vita.
Nel finale de La gatta, il cantautore contrappone una casa bellissima al passato povero ma autentico. È il cuore del brano: il successo non cancella ciò che ha dato senso alla vita. Restano una finestra sul mare, una macchia nera sul muso e la memoria di una compagnia discreta che ha attraversato gli anni. E così Ciacola è diventata il simbolo di un tempo perduto, custodito per sempre dentro una delle canzoni più intime della musica italiana



