L’idea che la neurodivergenza sia una caratteristica esclusivamente umana sta iniziando a vacillare. Nuove ricerche, commentate dall’esperta di comportamento animale Dr. Jacqueline Boyd della Nottingham Trent University, infatti, mostrano che anche i cani possono presentare tratti simili all’autismo o all’ADHD. Sebbene non esista una diagnosi formale come avviene per le persone, molti comportamenti rientrano oggi nella categoria della Canine Dysfunctional Behaviour, un contenitore utilizzato dai veterinari per definire reazioni e difficoltà fuori dalla norma.

Secondo Boyd, i cani possono avere variazioni strutturali e chimiche nel cervello paragonabili a quelle osservate negli esseri umani neurodivergenti. Questo potrebbe spiegare perché alcuni animali mostrano difficoltà sociali, ipersensibilità o impulsività sorprendenti, mentre altri sembrano perfettamente allineati a un profilo neurotipico.

Uno dei segnali più evidenti è la scarsa capacità di controllo degli impulsi, un comportamento che negli esseri umani è legato all’alterazione di dopamina e serotonina. Studi simili nei cani confermano che bassi livelli di questi neurotrasmettitori possono sfociare in reazioni immediate e poco ponderate. A questo si aggiungono comportamenti come iperfocus o iper-vigilanza, che rendono il cane particolarmente reattivo a ogni minimo stimolo esterno.

Alcuni animali possono mostrare anche caratteristiche tipicamente associate all’autismo umano, come un’eccessiva sensibilità ai rumori oppure una ridotta inclinazione a interagire con persone e altri cani. In certi casi, queste difficoltà hanno un’origine genetica precisa: in alcuni Beagle è stata riscontrata una mutazione nel gene Shank3, noto per il suo legame con l’autismo nelle persone.

Un altro elemento interessante emerge dagli studi sulla cosiddetta neural coupling, la capacità di sincronizzare le attività cerebrali durante un’interazione sociale. Nei cani che mostrano tratti simili all’autismo, questa sincronizzazione risulta più debole, rendendo il rapporto con gli esseri umani meno immediato e più distante. È come se il cane e il proprietario facessero fatica a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda emotiva.

Secondo Boyd, è fondamentale non cercare etichette rigide ma riconoscere che esiste una vera e propria neurodiversità canina, ampia quanto quella umana. Comprendere le specifiche esigenze di un cane può aiutare a migliorare il suo benessere quotidiano e la relazione con l’ambiente circostante.

Se un proprietario nota comportamenti insoliti o difficoltà persistenti, la strada migliore è consultare un veterinario e affidarsi a un comportamentalista qualificato. Più che chiedersi se il cane sia autistico, è importante capire quali supporti possano facilitare la sua vita quotidiana e la sua sicurezza emotiva. Riconoscere che il proprio animale potrebbe avere esigenze diverse non significa affrontare un problema, ma semplicemente adattare l’ambiente e le aspettative per garantirgli una vita più serena.

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