Secondo alcuni sono i cuccioli più adorabili che abbiate mai visto, con quei riccioli morbidi e quegli occhi dolci. Per altri rappresentano una minaccia alla tradizione cinofila e un errore da correggere. I doodle, in tutte le loro varianti, sono probabilmente la razza canina più polarizzante del momento: li vediamo ovunque, saltellare nei parchi, protagonisti sui social media, e al tempo stesso suscitano reazioni fortissime sia nella comunità degli allevatori di cani di razza che tra gli attivisti per l’adozione.
John Seabrook, giornalista del New Yorker e proprietario di un goldendoodle di nome Herman, ha esplorato come questi incroci siano diventati così popolari, scoprendo una storia che inizia dall’altra parte del mondo e che solleva questioni sorprendentemente profonde sulla cultura canina contemporanea.
Tutto è cominciato in Australia nel 1989, quando un allevatore di cani guida di nome Wally Conron ha incrociato un barboncino standard con un Labrador nel tentativo di creare un cane guida adatto a persone allergiche al pelo canino. Il risultato fu chiamato Labradoodle. L’idea era brillante: combinare l’intelligenza del barboncino, sebbene talvolta un po’ nervoso, con il temperamento dolce, affettuoso e calmo del golden retriever o del Labrador.
Il fenomeno doodle, dunque, si è sviluppato come alternativa: non un cane di razza pura, ma nemmeno un meticcio o un trovatello. Esiste una teoria secondo cui questi cani sarebbero più sani, con meno problemi legati alla consanguineità proprio grazie a quell’incrocio genetico.
Ma c’è anche un altro fattore determinante: sono cani fotogenici. I doodle hanno un aspetto straordinario sui social media, e questo ha contribuito in modo significativo alla loro diffusione. In un’epoca in cui condividiamo costantemente immagini della nostra vita, avere un animale domestico che appare bene nelle foto non è un dettaglio trascurabile.

Tuttavia, possedere un doodle può trasformarsi in un’esperienza socialmente complessa. Come racconta Seabrook, il mondo degli appassionati di cani di razza pura non li vede di buon occhio per varie ragioni. Dichiarare di avere un doodle a un esperto di barboncini o di golden retriever, infatti, non è il miglior modo per iniziare una conversazione.
Dall’altra parte, ci sono gli attivisti del salvataggio e dell’adozione, che ritengono sempre preferibile adottare cani invece che comprarli. Questo lascia i proprietari di doodle in una sorta di terra di mezzo, dove possono parlare liberamente solo con altri proprietari di doodle, sollevati di poter finalmente condividere la loro esperienza senza giudizi.
La riflessione di Seabrook, però. si spinge oltre la semplice cronaca di un trend. Il concetto stesso di razza canina affonda le radici nel diciannovesimo secolo, nell’idea vittoriana di cani di sangue puro tutti discendenti dalla stessa coppia fondativa.
Molti di questi cani furono allevati da aristocratici proprietari terrieri britannici, che gestivano i propri allevamenti cercando cani da caccia superiori. Le nozioni che stanno alla base del sangue puro e della razza sono radicate nel razzismo e nell’eugenetica, idee che, applicate agli esseri umani, hanno portato al nazismo.
Culturalmente è piuttosto strano che queste idee, completamente screditate quando riferite agli esseri umani, continuino a governare il mondo canino. Questa contraddizione solleva domande importanti su come pensiamo alle razze e su cosa significhi veramente preservare una linea genetica.
Di fronte alle critiche, il messaggio di Seabrook agli oppositori dei doodle è chiaro: non si tratta di un gioco a somma zero. Tra tutti i problemi che affliggono i cani di razza pura, i doodle non figurano nemmeno tra i primi cinque. Eppure l’attenzione negativa concentrata su di loro appare sproporzionata rispetto alla realtà della situazione.
La questione, dunque, rivela qualcosa di più profondo delle semplici preferenze canine: riflette il modo in cui costruiamo identità, categorie e giudizi, e come queste costruzioni culturali possano sopravvivere ben oltre la loro utilità o la loro validità etica. In fondo, forse la vera lezione dei doodle non riguarda i cani, ma noi stessi e il modo in cui scegliamo di classificare il mondo che ci circonda.



