L’olio extravergine di oliva è uno dei pilastri della dieta mediterranea, ma quando diventa rancido non solo perde le sue preziose proprietà organolettiche: può trasformarsi in un elemento dannoso per la salute. Il rancido è un difetto ben riconoscibile che deriva dall’ossidazione degli acidi grassi insaturi presenti nell’olio, un processo naturale ma evitabile con i giusti accorgimenti.

Quando l’olio subisce questo deterioramento, assume un odore forte e sgradevole e un sapore che ricorda il grasso del prosciutto andato a male, riconoscibile anche dal colore giallastro. Ma le conseguenze vanno ben oltre il palato: gli effetti sulla salute possono essere significativi e meritano attenzione.

Una bottiglia di olio d'oliva vicino a delle olive (fonte: FreePik)
Una bottiglia di olio d’oliva vicino a delle olive (fonte: FreePik)

L’olio rancido comporta una diminuzione importante di vitamine liposolubili e la sua assunzione influisce negativamente sulle funzioni epatiche. In particolare, ostacola la conversione dell’ormone tiroideo T4 in T3, determinando una sintomatologia analoga all’ipotiroidismo. Questo significa che l’olio ossidato può rallentare il metabolismo e favorire l’accumulo di peso attraverso l’accumulo di tossine nell’organismo.

Non è un caso che negli anni Quaranta, quando questo meccanismo fu scoperto, i contadini dessero ai maiali olio rancido per permettere un ingrassamento rapido. Inoltre, la presenza di agenti mutageni nell’olio deteriorato mette a rischio la salute dell’apparato digestivo e del colon, rallentando anche la circolazione sanguigna.

Ma cosa causa esattamente il rancido? I fattori principali sono tre: i tempi di lavorazione delle olive, l’esposizione all’ossigeno e l’esposizione alla luce, particolarmente nella gamma degli ultravioletti. Sebbene il fenomeno dell’irrancidimento ossidativo sia pressoché inevitabile nel tempo, è possibile ritardarlo significativamente con strategie di conservazione appropriate.

Gli oli extravergini di qualità possiedono naturalmente composti minori come tocoferoli e polifenoli che, oltre a determinarne un maggior valore nutrizionale, svolgono un’importantissima azione antiossidante. Tuttavia, un prolungato contatto con l’aria compromette anche queste difese naturali.

Una bottiglia di olio d'oliva (fonte: FreePik)
Una bottiglia di olio d’oliva (fonte: FreePik)

La temperatura costante rappresenta uno dei segreti fondamentali per mantenere integre le caratteristiche dell’olio. L’intervallo termico ideale è compreso tra i 10 e i 24 gradi Celsius, con una temperatura ottimale di circa 15 gradi. Sbalzi termici potrebbero compromettere definitivamente le proprietà antiossidanti di polifenoli e tocoferoli, elementi fondamentali anche dal punto di vista organolettico.

Anche la luce, come radiazione elettromagnetica, influisce sulle reazioni chimiche e può alterare la composizione dell’olio. Per questo motivo è preferibile evitare contenitori in plastica, che potrebbero rilasciare sostanze assorbite dall’olio, privilegiando invece contenitori in acciaio inossidabile o vetro scuro che non rilasciano alcuna sostanza e proteggono dalla luce diretta.

Per chi acquista olio al supermercato, esistono alcune regole pratiche da seguire. Prima di tutto, verificare sempre la data di scadenza: l’olio si conserva bene per un massimo di 18 mesi. Acquistare prodotti più vecchi, anche a prezzo ridotto, non rappresenta un buon affare considerando i rischi per la salute. È fondamentale scegliere olio confezionato in bottiglie di vetro scuro o in latte, poiché l’irrancidimento è accelerato sia dal contatto con l’aria che dall’irraggiamento luminoso.

Un piccolo trucco: sugli scaffali del supermercato, meglio prelevare le bottiglie posizionate sul fondo, poiché risultano meno esposte alla luce. Una volta portata a casa, la bottiglia va conservata in luoghi freschi e lontano da fonti di luce e calore.

Chi invece acquista olio direttamente al frantoio, rivolgendosi a produttori di fiducia, può ottenere prodotti di qualità superiore ma deve prestare particolare attenzione alla conservazione di grandi quantitativi. Se l’olio non è filtrato, deve essere travasato in primavera per eliminare la morchia che naturalmente si deposita. Il contenitore ideale è in latta o acciaio inox, perfettamente pulito prima dell’uso, e va tenuto in un luogo buio e asciutto.

La strategia migliore consiste nel prelevare di volta in volta piccoli quantitativi da portare in cucina, così da ridurre al minimo il contatto con le temperature elevate domestiche, con la luce e con l’aria. In questo modo si preservano tutte le qualità nutrizionali e organolettiche del prodotto.

Una soluzione tecnica particolarmente efficace utilizzata dai produttori professionali è la conservazione in atmosfera controllata o modificata, che prevede la saturazione del recipiente con gas inerti come azoto o argon. Questi gas, estremamente stabili, inodori e insapori, sono idonei al contatto con sostanze alimentari e sostituiscono l’ossigeno nello spazio di testa del contenitore, ovvero nella parte vuota sopra il livello dell’olio. Questa tecnica, chiamata “blanketing”, assicura l’assenza di ossigeno e preserva le specificità qualitative del prodotto.

Per verificare se un olio è diventato rancido, basta versarne una piccola quantità in una tazza e fare una prova di assaggio. Se il gusto risulta poco gradevole, con un retrogusto sgradevole, molto probabilmente si è verificata un’alterazione chimica. In questo caso, l’olio non dovrebbe essere consumato: anche se utilizzato per friggere o condire, altererebbe i sapori dei cibi e apporterebbe sostanze potenzialmente dannose.

Come regola generale, è consigliabile consumare l’olio entro uno o due anni dall’imbottigliamento e, quando possibile, rivolgersi sempre a produttori di fiducia che garantiscano qualità e corrette modalità di conservazione. Proteggere l’olio extravergine dall’ossidazione significa preservare non solo il suo straordinario profilo gustativo, ma soprattutto i suoi benefici per la salute che lo rendono un alleato prezioso della nostra alimentazione.

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