Negli ultimi anni i farmaci iniettabili contro l’obesità hanno attirato grande attenzione non solo per la loro efficacia nel ridurre il peso, ma anche per un effetto sorprendente: molte persone raccontano che, dopo aver iniziato la terapia, si attenua il cosiddetto food noise. Con questa espressione si indica il flusso continuo di pensieri legati al cibo che può tormentare chi soffre di disturbi alimentari, anche quando non c’è una reale sensazione di fame.

Questo fenomeno ha riportato al centro dell’interesse scientifico i meccanismi cerebrali che regolano appetito e comportamento alimentare. Uno studio pubblicato sulla rivista Neuron ha ora individuato un circuito del cervello che mette in comunicazione le esperienze passate con la regolazione dell’appetito. In altre parole, il cervello potrebbe usare i ricordi per orientare le nostre preferenze alimentari.

L’idea che il cibo sia strettamente legato alla memoria non è nuova. Già nella letteratura, per esempio, Marcel Proust raccontava come il sapore di una madeleine fosse in grado di riportare alla mente ricordi lontani. Quello che oggi la ricerca sta iniziando a chiarire è come questo legame funzioni dal punto di vista biologico.

Il lavoro guidato dallo psichiatra Amar Sahay del Mass General Brigham suggerisce che questi meccanismi potrebbero avere un ruolo importante anche nei disturbi dell’alimentazione. Alcuni comportamenti, come le abbuffate compulsive, potrebbero infatti essere legati a un’alterazione dei sistemi cerebrali che normalmente aiutano a regolare il rapporto tra contesto, memoria ed esperienza alimentare.

Per studiare questi processi i ricercatori hanno lavorato con modelli animali. Gli esperimenti hanno permesso di identificare un gruppo di neuroni che collega due aree chiave del cervello: l’ippocampo, coinvolto nella formazione e nella conservazione dei ricordi, e l’ipotalamo, che tra le varie funzioni regola anche l’appetito.

Questi producono prodinorfina, una molecola appartenente alla famiglia degli oppioidi. Si trovano nel setto dorsolaterale, una regione cerebrale coinvolta nei circuiti della ricompensa, della memoria e delle emozioni.

Madeleine
Madeleine – Fonte: Unsplash

Quando gli scienziati hanno “spento” temporaneamente queste cellule durante l’esperimento, i topi non sono più riusciti ad associare un’esperienza alimentare positiva a un luogo specifico. Di conseguenza l’appetito aumentava anche in ambienti che non avevano alcun legame con quel ricordo.

Il risultato opposto si è verificato quando i neuroni venivano stimolati: in questo caso l’appetito si riduceva e gli animali tendevano a evitare il cibo. Non è un caso. La dinorfina, sostanza derivata dalla prodinorfina, è infatti associata nel cervello a sensazioni di disagio e ai cosiddetti segnali di “anti-ricompensa”.

Secondo gli autori dello studio, eventuali alterazioni di questo circuito potrebbero contribuire allo sviluppo di alcuni disturbi alimentari. Proprio per questo questi neuroni potrebbero diventare in futuro un possibile bersaglio per nuovi farmaci capaci di intervenire sui meccanismi che regolano l’appetito.

La ricerca ha inoltre messo in luce un dettaglio particolarmente interessante: queste cellule possiedono anche il recettore per il GLP-1, un ormone coinvolto nella regolazione della fame. È lo stesso sistema su cui agiscono molti farmaci anti-obesità di nuova generazione, come quelli a base di semaglutide.

Questo suggerisce che questi medicinali potrebbero ridurre il “rumore del cibo” proprio agendo, almeno in parte, su questo circuito che collega memoria, emozioni e appetito.

La scoperta apre quindi nuove prospettive. Capire meglio come i ricordi influenzano il nostro rapporto con il cibo potrebbe aiutare non solo a spiegare alcuni comportamenti alimentari difficili da controllare, ma anche a sviluppare terapie più precise per trattare obesità e disturbi dell’alimentazione.

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